Successivo » « Precedente

Lo straniero e il nativo

I tragici e dolorosi eventi di Torino e Firenze, in cui hanno perso la vita Samb Modou e Diop Mor, mi inducano a riproporvi un comma di un antico codice civile di cui non vorrei subito svelare la provenienza: «Quando uno straniero risiede nel nostro territorio, non deve essere né molestato né oppresso. Lo straniero residente deve essere trattato come il nativo». A commento di questo dettato legislativo vorrei allegare due esperienze personali antitetiche. La prima è legata alle ferie che ho trascorso la scorsa estate sul lago di Como. Quando mi capitava di ascoltare la radio, mi imbattevo spesso in una nota emittente di un movimento politico, aperta a un filo diretto con gli ascoltatori. Con tutte le variazioni fonetiche dei vari dialetti settentrionali, che ben conosco anche per le mie origini anagrafiche, il leit-motiv era costante: «Mandateli a casa loro! Cacciateli! Sono pericolosi, ci tolgono posti di lavoro, si allargano, sporcano e favoriscono la criminalità, vogliono una moschea in ogni quartiere…» e così via deprecando e, non di rado, inveendo.

 

L’altra esperienza si ripeteva, invece, ogni mattina, quando sfogliavo i giornali e giungevo alle pagine degli spettacoli ove imperavano le cronache e le recensioni del Festival del Cinema di Venezia. Non c’era giorno in cui sugli schermi del Lido non ci fosse un film che, con diversa tonalità, mettesse in scena proprio loro, gli stranieri immigrati. Penso al Villaggio di cartone del mio amico Olmi, una spoglia e pura parabola cristiana, o al Terraferma di Crialese, che ha impressionato la stessa giuria che gli ha assegnato il suo premio specifico, oppure all’intenso Là-bas di Guido Lombardo sulla piaga del caporalato, o ancora al documentario Io sono di Barbara Cupisti nella sezione “Controcampo”, per non parlare poi delle Cose dell’altro mondo di Patierno, ove lo stesso tema è trattato con un contrasto ironico.

 

Ci sono, quindi, due volti differenti dell’Italia e, al di là delle professioni esteriori conclamate, quello autenticamente religioso e soprattutto cristiano è il secondo, anche se – tranne Olmi – forse tutti gli altri registi si dichiarano “laici”. È, infatti, lapidaria la frase che Cristo nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo rivolge anche a quelli che non lo conoscevano: «In verità vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me». E chi siano questi piccoli è subito specificato: affamati, assetati, stranieri, nudi, malati, carcerati. In questa linea aveva ragione il cardinal Tettamanzi quando ai suoi critici milanesi replicava che, come vescovo, aveva semplicemente seguito il Vangelo. E confesso che mi hanno sempre affascinato le riflessioni del nuovo arcivescovo di Milano, il cardinal Scola, quando da Venezia proponeva la sua versione del “meticciato” culturale e sociale a cui siamo ormai votati e che dobbiamo faticosamente costruire e calibrare.

 

Nessuno di quelli che incarnano la seconda prospettiva sopra delineata è così ingenuo da ignorare le difficoltà, le asperità, le tensioni di un simile incontro. La via dello scontro o del duello è facile e fin troppo spontanea, e si arma di slogan efficaci di ritmo binario elementare (buono/cattivo, bianco/nero etc.). La via del confronto e del duetto, in cui le voci mantengono la loro identità anche antitetica – come accade in musica – ma si ascoltano e intrecciano, è più ardua, ma è l’unica cristiana e culturalmente degna e feconda, da imboccare senza troppe riserve e paure.

 

Il comma citato in apertura appartiene al codice dell’Israele biblico (Levitico 19,33-34; Esodo 22,20). Certo, era un regime teocratico, tant’è vero che il comma continua in modo parenetico: «Tu amerai lo straniero come te stesso, perché anche voi siete stati stranieri in terra d’Egitto». Ma una norma simile dovrebbe essere invidiata e imitata anche da uno stato moderno e “laico”.

Commenti

I commenti apposti in calce al post del Cardinale Ravasi hanno tutti una loro parte di verità. Io vorrei aggiungere una riflessione su come vengono trattati/discriminati/odiati i cristiani - perchè di diversa religione - nei paesi mussulmani. Ho appena letto un servizio sul Natale in carcere che trascorrerà la nostra sorella Asia Bibi. Non penso sia giusto - nè tantomeno cristiano - basare il riconoscimento di diritti agli stranieri sul mero principio di reciprocità (tante moschee da noi, quante Chiese da loro), però una qualche garanzia ed un qualche aiuto ai cristiani all'estero sarebbe necessario. Altrimentì la carità sarebbe a senso unico. E questo vale anche per i nativi/italiani nelle zone di più intensa presenza straniera. Saluti a tutti.

Non sempre lo straniero è svantaggiato rispetto al nativo, perchè le civiltà, lungo il percorso della storia, si sono sempre più evolute, liberando l'uomo da schiavitù ed infamie. Che lo straniero abbia molte difficoltà, è vero, ma non per questo viene dopo del nativo. Ci sono parecchi stranieri che navigano molto bene e nativi che purtroppo se la passano male, a cui manca un lavoro, una casa, una "pietas". Nella Bibbia, Dio si coinvolge in prima persona, ricordando agli Israeliti di amare lo straniero anche se nemico o ci perseguita. La reltà è molto diversa, in quanto sfiducia e apatia collettive rinunciano accoglienza e soccorso a questi "ultimi". Talvolta, esistono cause reali, esperienze negative che ci lasciano lontani dai poveri dell'altra sponda. E' solo questione di cuore se attorno al presepe di casa, mettiamo una sedia in più e un pane vicino alla grotta.

La storia del monoteismo cristiano si può leggere, per lunghi tratti, come cronaca di sacre nefandezze. Di più; hanno rappresentato la manifestazione di un potenziale polemogeno inscindibile dalla religione stessa. Che sia il pensiero di Dio unico e vero il principale colpevole?

"Lo straniero residente deve essere trattato come il nativo".

Mi dispiace Eminenza, come cristiano non me la sento di tacciare di razzismo un "nativo" che chiede solo di essere trattato almeno come uno straniero.

Io accuso, di fronte a Dio, di razzismo, tutti quei benpensanti che stendono tappeti all'arrivo degli stranieri e che dalla loro presenza, in virtù della guerra tra poveri che inevitabilmente si scatena, ottengono un tornaconto di qualsivoglia natura.

Eminenza, bella riflessione, il bene avanza solo quando trova il terreno fertile, ed oggi, in questa società nebulosa e piena di vizi come può trovare ospitalità lo straniero se abbiamo tolto la cittadinanza all'Autore della vita ? abbiamo bisogno di Santi Sacerdoti che ritornino a parlare della Bellezza della fede ! grazie

Dovrebbe essere semplice, immediato, spontaneo, rapportarsi all'altro con carità e spirito di aiuto. E invece non è così. Invece la natura stessa ci fa vedere che gli animali di razze o specie diverse si attaccano e che non c'è nulla di più pericoloso dell'entrare in un territorio altrui.
Questo dovrebbe farci riflettere: stiamo abdicando al nostro essere uomo, a quello che ci distingue dal mondo animale; staiamo abdicando a cultura, solidarietà, fratellanza, in nome di una contro-cultura che ci respinge indietro, nelle ere, verso l'età buia dell'homo hominis lupus.

Grazie. Che profondità di pensiero, Dio La benedica.

Io penso che il problema non sia nelle agevolazioni agli immigrati in difficoltà: uno stato che aiuta gratuitamente degli indigenti venuti da lontano è uno stato grande...ancora di più se lo fa mentre provvede ai propri cittadini. Se quest'ultima cosa non accade, il problema non è da imputare agli immigrati, ma allo stato (che fa bene a continuare ad agevolare i poveri, ma dovrebbe porsi seriamente il problema dei suoi "nativi", senza sconti sulla carità).
Domanda di curiosità sull'ultima domanda espressa dalla sig/sig.ra Carlaberra: che differenza fa sapere se sono immigrati regolari o meno, quando si tratta 2 innocenti gratuitamente uccisi?

Un assassinio è sempre da condannare, sia che colpisca una persona immigrata irregolarmente o un cittadino...
E' vero che la convivenza è difficile ma la violenza è ingiustificabile.

Gli italiani non sono razzisti e io non lo ero, perché il principo «Quando uno straniero risiede nel nostro territorio, non deve essere né molestato né oppresso. Lo straniero residente deve essere trattato come il nativo» è disatteso a scapito dei nativi, e, di conseguenza, i nativi sono esasperati. Esempio: le pensioni per i rincongiunmgimenti familiarti, la sanità gratuita agli immigrati, le mense scolastiche gratis ai figli degli immigrati; l'istruzione agli immigrati; il supporto spicologico (kleggi sigarette e telefonini) agli immigrati; la luce e i rifiuti non pagati ai rom; due pesi e due misure per i reati dei nativi e degli immigrati (se un immigrato avesse ucciso degli italiani, non sarebbe stato dichiarato il lutto cittadino). E poi: i senegalesi uccisi era immigrati regolari?

Bellissime parole che spero abbiano un forte impatto sulla nostra società che da troppo tempo nega le sue derive discriminatorie. A pochi giorni dall'anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo alcuni episodi di violenza e razzismo sono ancor più dolorosi.
D'altronde l'atteggiamento xenofobo è sopravvissuto nei secoli nella generale noncuranza; a tale proposito, sul tema dell'antisemitismo, propongo il rapporto 2011 della Fondazione Wiesenthal: http://fb.me/ZPWKTutm

Siamo stati stranieri anche noi "italiani", tante volte. Immigrati in altri continenti con la celebre valigia di cartone, derisi e umiliati. Non ce li ricordiamo più i cartelli "Non si affittano ai meridionali" che si leggevano su molte porte del nostro produttivo settentrione?

E oggi chi sono gli italiani? Sono italiana io, che ho la mamma di Bergamo e il papà di Milano, ma è italiana anche la bambina di pochi mesi nata nel palazzo dove lavoro, figlia del portinaio cingalese. Ha il diritto lei, come ogni uomo, di sentirsi al sicuro in questa terra.

L'episodio di Torino è spaventoso... ricorda i pogrom... Il rispetto dell'uomo non dovrebbe avere colore né religione.

Scrivi un commento