In queste settimane il tema del lavoro è al centro di dibattiti e di incontri a tutti i livelli. Cresce la preoccupazione di tante famiglie per il lavoro che sembra venir meno o divenire sempre più instabile. L’insicurezza lavorativa, soprattutto nei più giovani, mina profondamente anche il senso stesso della vita. Appare, dunque, importante ristabilire una visione del lavoro che sia profondamente umana. Vorrei, allora, proporre qualche breve riflessione sul lavoro così come lo presenta la Bibbia.
È suggestivo il fatto che la creazione nel libro della Genesi sia tratteggiata sotto il segno del lavoro. Il Creatore opera per sei giorni, viene talora raffigurato come una sorta di vasaio che plasma la sua creatura più alta, l’uomo; è infine pronto a riposarsi il settimo giorno, dopo aver concluso il suo progetto cosmico. Anzi, l’uomo viene collocato nel «giardino» del mondo «per coltivarlo e custodirlo». Non per nulla subito dopo, sempre nel libro della Genesi, entrano in scena Abele, il pastore, e Caino, l’agricoltore, e si elencano il costruttore di città, l’artista, il lavoratore dei metalli. Proprio in quella pagina si mostrano già le tensioni che schierano su campi avversi le varie classi sociali.
Si è, quindi, consapevoli dell’importanza del lavoro: la letteratura sapienziale esalta le professioni, dipinge a colori vivaci i giorni e le opere del lavoratore, combatte l’ozio, tutela il diritto al riposo, alla libertà religiosa e personale (il comandamento del sabato); si ha la convinzione che esistono non solo i lavori manuali ma anche quelli del pensiero (lo «scriba») e di servizio alla collettività, come il medico. Si è felici nel lavorare la terra promessa perché in essa si ha la possibilità di esprimere in autonomia la propria creatività. Ma si ha anche la certezza che si può cadere nel lavoro alienante, come accade quando si è oppressi (e il ricordo della schiavitù egiziana è sempre vivo).
Il lavoro è celebrato anche da Gesù, «il figlio del carpentiere [o falegname]» e «carpentiere [o falegname]» lui stesso. Le sue parabole introducono spesso come protagonisti contadini, pescatori, mercanti, donne di casa, pastori, operai giornalieri e così via. Egli ci invita, certo, a chiedere a Dio «il pane quotidiano», esortando i discepoli a non preoccuparsi del cibo fino al punto di dimenticare i valori supremi. Tuttavia la comunità cristiana è anche cosciente, come ammonisce san Paolo, che «bisogna attendere agli impegni, lavorando con le proprie mani», così come faceva lo stesso Apostolo «per non essere di peso a nessuno, lavorando giorno e notte», perché «se uno non vuole lavorare, allora neppure mangi». Fermo restando, però, il principio formulato da Gesù: «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se perde la propria vita?».
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Commenti
lunadir 25/feb/2012 14:50:03
carl 19/feb/2012 17:15:03
Bianchetti Andreino 10/feb/2012 17:27:08
mmodena 10/feb/2012 11:26:25
paolaf1 09/feb/2012 17:56:31
Unam1 09/feb/2012 08:15:37
Salvatore 08/feb/2012 21:51:42
Uniti! 08/feb/2012 20:51:32
Giorgio 08/feb/2012 20:26:57
Giorgio 08/feb/2012 17:35:16
Uniti! 08/feb/2012 13:48:50
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