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Un canto di speranza

In questi ultimi giorni alcuni tragici avvenimenti hanno scosso le coscienze e toccato profondamente il cuore degli italiani. Dapprima la follia omicida e vile, che ha seminato morte e sofferenze in una scuola di Brindisi; poi il tragico terremoto che ha devastato alcuni paesi dell’Emilia, causando morti e feriti e provocando la distruzione di abitazioni, fabbriche, chiese e monumenti storici. Eventi, pur molto diversi tra loro, che hanno suscitato sconcerto, rabbia, paura, timore, sconforto, ma anche solidarietà, vicinanza, affetto, compassione.

Vorrei, allora, proporre un racconto orientale, quasi una parabola per rileggere questi avvenimenti in una luce di speranza.

É notte fonda. Le tenebre si distendono su una città del Vicino Oriente. Gli usci delle case sono serrati e all'interno domina il silenzio. Un silenzio che avvolge come in un sudario anche le vie e le piccole piazze. Ma la quiete è squarciata da una serie di ululati che percorrono le strade: un branco di cani randagi e rabbiosi saetta qua e là, aggrappandosi alle porte, rovesciando ciò che incontra, ringhiando ferocemente davanti ai graticci delle finestre. In una di quelle case un uomo è sveglio e col cuore in gola attende che i cani famelici abbandonino il suo uscio. L'ansia è forte e non dà tregua; la notte sembra non finire mai. Allora, prima in modo sommesso, poi in forma sempre più esplicita, egli inizia a cantare, accompagnandosi con una semplice cetra orientale. Il suo è un inno di implorazione che sale verso il cielo oscuro; le sue spirali sonore ripetono la stessa invocazione ma con un'intensità sempre più forte.

La gola non si stanca, la voce vorrebbe sopraffare l'abbaiare dei cani; la paura del buio e della solitudine è sminuita da un suono che echeggia nella stanza come se fosse un coro. Lentamente il tempo si dissolve e, inattesa, si delinea una prima, tenue lama di luce che filtra dalla finestra: è l'aurora che si fa strada nella tenebra. Anche la voce ormai è più squillante; la supplica si è trasformata in cantico gioioso; i cani abbandonano la via e, spaventati dalla luce, si ritirano nel deserto; i loro ululati si fanno sempre più remoti e ovattati; l'alba si è affacciata sulla città e le strade iniziano a popolarsi di gente.

Anche il nostro cantore ha aperto l'uscio e guarda il cielo limpido e luminoso e la sua voce si apre ancora al canto. Con lui ormai cantano anche tutti coloro che hanno avuto il cuore stretto dalla morsa gelida dell'ansia e della tensione. E sulla scena, segnata dalla fosforescenza di un dramma ma aperta a un esito di pace, cala il sipario.

Anche noi, in questi giorni, siamo stati come avvolti dal buio delle tenebre e afferrati dalla paura, dal timore, dall’ansia di fronte alla violenza omicida o a quella della natura. Ma la risposta, corale e coraggiosa, è quella di un canto di speranza e di amicizia, di solidarietà e di comunione, che si leva ancora una volta per invocare l’alba e poi il sole del mattino. 

 

Commenti

Il canto e la musica sono quelle espressioni dello spirito umano in qualche modo più vicine al Creatore. Sono testimonianza di luce, opposta alla tenebra, di bellezza, opposta al male gratuito ed inutile. Il canto offre conforto, sostegno nelle tribolazioni,e speranza di riscatto. Allora diamo una mano a chi chiede aiuto, conforto a chi soffre, ristoro a chi ha sete ed è affamato. E non dimentichiamo di mostrare il crocifisso, simbolo e scandalo di fede, speranza e carità. Questo vale soprattuto per quei prelati -e non è il caso del Cardinal Ravasi - che lo nascondono nel taschino dei loro eleganti ma tristi clergyman, ignari del fatto che abitano il grigiore materiale di un mondo senza speranza e senza fede. Sia sempre lodato Gesù Cristo, Signore della storia e Salvatore dell'umanità.

Il canto di speranza si allinea perfettamente su ciò che avviene, in questi giorni, al festival biblico di Vicenza e d'intorni. Paure e speranze da sempre s'intrecciano nelle vicende umane, compresa la parentesi storica del Figlio di Dio. Ogni uomo gestisce la propria paura e la preziosa speranza che le nasce dal cuore. Una volta scardinate le nostre sicurezze e distrutte tutte le certezze dei sistemi di sopravvivenza, diventa impossibile accettare il "nostro niente", entrare "nella stagione dei lunghi silenzi", se non prima aver accusato Qualcuno di una grande ingiustizia: l'invenzione della morte. A prima vista si direbbe che neppure la speranza riuscirebbe sopportare simile distruzione, tale disfacimento. Anche la Parola di Dio fatica convincere la mente distratta, la mente impegnata, la mente critica o quella falsa e piena di acredine da sfogare sui libri e giornali. La speranza s'innesta nel cuore di carne, ha bisogno di tanto sentimento e di una emozione particolare, la più profonda che un essere umano possa dare. Alla speranza non serve correre, anzi spesso è molto lenta, non si sa quante stagioni siano necessarie a far risorgere un cuore nuovo. "Se il chicco di grano non muore, non porta frutto", qui il tempo è più breve, ma per l'uomo, il tempo può diventare più lungo e amico.

Sempre ululati che continuano anche di giorno ,nel sole.
Orribili ombre paiono scomparire alla luce:abbiamo bisogno di silenzio nel rumore delle citta ,di tempo con il nostro dio senza tempo che ci tengono nascosto...
Allora lentamente saremo pronti all'amore ,sempre

Certamente la speranza deve sostenere ed è indispensabile in questi avvenimenti.
Il racconto proposto da Sua Eminenza ci da forza per ricordarci che le tempeste devono incidere nei cuori,poi, nella luce, evolversi e portare fratellanza ed amore.
Ciò resta comunque difficile, considerato l'indurimento di questa società che guarda solo ad interessi materiali, benessere personale,invidia del prossimo. Non c'è più gratuità. Il resto è solo apparenza e politica.Mi auguro più moralità e buoni esempi.

LA PAURA CHE IMPROVISAMENTE SENTI NELLA TUA MENTE L'ABBAIARE DEI CANI IL CANTO LI ALLONTANA , LA PAURA SCOMPARE, HAI VINTO TI RINCUORI. SI LA VOCE DI TUTTI INSIEME LA PROTESTA ALLONTANA I MALVAGI, QUEI CANI RABBIOSI CHE HANNO IN MENTE IL MALE! SI IL CORO LI METTE AL MURO, SI EMINENZA LEI CON QUESTA STORIELLA GRZIOSA HA DETTO LA VERITA SULLA PAURA CHE SI HA IN QUESTO PERIODO COSI INSICURO.
GRAZIE.
21 MAGGIO 2012

Dignitoso il racconto orientale. Ma lontano, sia nel tempo che nello spazio, da questo nostro ambiente occidentale le cui prassi certuni vorrebbero financo autoritariamente esportare inglobate in un "pacchetto" (un termine da vacanze di consumo..) di "democrazia incompiuta + consumi ed entertainment a gogò"..
Come Lei ben sa (e la storia, sia di SRC che del mondo laico, insegna) commettere degli errori (politici, sociali,economici, ecc.ecc.) è molto, ma molto più facile che il porvi poi rimedio.. Ammesso e non concesso che si voglia porvi rimedio..
Certo, ognuno può cominciare da sè, nel suo piccolo.. Ma e gli altri seguiranno? Come, quando..? Ed in particolare coloro che maggiormente possono incidere sul "tempo che fa"..?
Rimarrebbe un'altra possibilità. Lascio dirla a Lei, magari in un altro "post", o altrove.
Carl

La società ha perso il suo senso di comunione, perchè ciascuno, pur professando la propria fede o il proprio ateismo, non ha più il coraggio di tendere la mano e di guardare serenamente il proprio prossimo.

Ci hanno immerso nella solitudine, solo il "gioiso stare insieme come fratelli", potrà trasformare questa società sporca di sangue in sposa stupenda, pronta e adorna per il suo sposo.

Grazie Eminenza.

è in momenti come questo che dobbiamo riscoprire i valori della fratellanza e della solidarietà.
Mi viene allora in mente Simone il Cireneo, che aiutò Gesù a portare la Croce. Così noi, dobbiamo esser disposti nei confronti di chi soffre a farci carico, almeno un pò, dei dolori e delle sofferenze che provano le persone che ci sono vicine e non. Basta davvero poco per esser vicini gli uni agli altri.

Passavo da quella strada per caso, quando mi accorsi che a terra, da un lato della strada, c'era qualcosa. M'avvicinai cauto, giusto quel tanto per capire che quel "qualcosa" era qualcuno. Un uomo o una donna; non saprei dire. In ogni caso, un essere umano. Stava male, evidentemente, ma non avrei saputo dire il perché. Se fosse colpito da una malattia o ferito. E, in questo caso, se investito da un'auto, o colpito da qualcosa; anche da un colpo d'arma da fuoco.Gli stessi miei dubbi, mi accorsi, erano anche delle altre persone che man mano, sempre più numerose, s'erano avvicinate a quel poveretto che soffriva. I dubbi a poco a poco uscirono fuori da ognuno di noi e li mettemmo in comune. Dapprima timidamente; poi con sempre maggiore convinzione. Ne nacque un dibattito, a tratti anche vivace, in cui ognuno sosteneva la propria tesi. "È stata una macchina a investirlo; mi pare evidente dalla posizione del corpo", sosteneva uno. "Ma no! E allora? Questo foro d'ingresso? Non è forse il segno di un proiettile?", replicava l'altro. "Si, ma questo ematoma sulla fronte? Potrebbe essere d'un corpo contundente", segnalava un terzo. E così via tutti gli altri. Ne nacque un contraddittorio in cui si alzò anche il tono della voce, ma sempre denso di cose intelligenti e pervaso di un alto senso civico. Insomma, ognuno diceva la sua sul perché quella persona giacesse là per terra e quasi nessuno ipotizzava stupidaggini. Certo, qualcuno fece cenno anche ai poteri deviati; ma chi se la sentirebbe di escluderlo?Il tizio, intanto, mentre il dibattito andava avanti serio e fattivo, spirò; anche se questo lo si apprese soltanto giorni dopo. Nessuno ci aveva fatto caso al momento. Fu sicuramente una cosa spiacevole, ma bisogna essere realisti. Non si può pretendere che tutti siano sensibili; intelligentemente sensibili. Qualcuno rischia sempre di guastare il bel clima della festa

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